LO STATO DELLE COSE

Piccolo contributo personale al dibattito sulla scuola

Di Maurizio Zenga

Sarà capitato certamente anche a voi che leggete queste mie riflessioni, di entrare in “aula insegnanti” e ascoltare occasionalmente i discorsi dei colleghi sullo stato della scuola…
Le solite lamentazioni un po’ generiche sulla situazione disastrosa nella quale sembra precipitare inesorabilmente , ogni giorno di più, l’istruzione pubblica italiana.
Discorsi del tipo:
“…Non si riesce più ad insegnare in questo clima di perenne confusione…Siamo costretti ad urlare in continuazione o a richiamare l’attenzione degli alunni in tutti i modi…I ragazzi sembrano svuotati, distratti, superficiali, insicuri…Sta diventando sempre più difficile coinvolgerli, interessarli agli argomenti da trattare insieme…Non si riesce più a lavorare in questo modo…ecc.”
Da cui si passa direttamente al calcolo degli anni mancanti alla pensione che appare ai più come una sorta di “ritirata strategica” da una battaglia ormai persa, per stanchezza ma anche per l’incapacità di comprendere un fenomeno di degradazione della scuola i cui effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti, docenti, genitori, amministratori, politici e ai quali tuttavia nessuno sembra essere in grado di porre rimedio.
Il carico di lavoro e lo stress provocato dalla crisi di “comunicazione” che sembra caratterizzare il rapporto tra docenti e alunni, stanno esponendo la classe docente al pericolo di una vera e propria “esplosione” ( Burn-Out ).
Se teniamo conto poi del progressivo invecchiamento della nostra categoria ( grazie alla riforma pensionistica che costringerà molti di noi ad entrare in classe ancora in età avanzata, fino a 65 anni… ) e lo raffrontiamo alla “regressione” infantilistica a carico di una gran parte di adolescenti iperaccuditi e incapaci di sviluppare una minima autonomia operativa ( ma muniti puntualmente di telefonino cellulare di ultima generazione, nel cui uso sono maestri… ), il pericolo di una deflagrazione è ancora più evidente. La riforma non ha tenuto in alcun conto il fatto che la base fondante di un efficace rapporto educativo è rappresentata dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare tra docenti e alunni e, così facendo, ha minato alla base la figura storica del docente “maestro” ( di cui tra poco non resterà traccia ) trasformando la figura dell’insegnante in quella di un “facilitatore” ( termine recentemente utilizzato in corsi di formazione ministeriali per docenti ) inanimato, la cui funzione dovrebbe essere di semplice collegamento “strumentale” tra l’allievo e i “saperi” ( da non confondere con il “sapere”, che è ben altra cosa ).
Dunque un rapporto di fiducia che, a sentire i colleghi più “anziani” si sta visibilmente sgretolando. Gli insegnanti sono sempre più pessimisti sulle capacità dei propri allievi, tanto da pretendere da loro sempre meno pur di ottenere qualcosa e gli allievi sempre meno disponibili ad individuare nel docente un punto di riferimento, una guida autorevole.
Sempre più frequentemente ci sentiamo rispondere dai nostri allievi con arroganza o con sufficienza o addirittura con atteggiamento di palese messa in discussione del nostro operato e questo stato di cose sta già provocando ( questa almeno è la mia impressione dall’interno…) una “resa” complessiva alla realtà e una rinuncia ad esercitare il nostro ruolo educativo, oltre che formativo, come docenti .
Sfiniti e logorati, con scarse energie per far fronte a classi sempre più numerose ed eterogenee molti colleghi stanno rinunciando sempre di più alla didattica formativa, ( quella nella quale ognuno di noi si mette in gioco completamente, anche come persona e non solo come professionista ) per fare spazio ad una didattica nozionistica, elementare, spesso schematica e priva di contenuti interdisciplinari e possibilmente estranea a qualsiasi metodologia facente riferimento ad un “ pensiero organico”. Si cerca cioè di “sopravvivere” conservando le energie e la salute nella speranza di tempi migliori, assumendo di fatto un atteggiamento che rende il docente estraneo al proprio ruolo e vittima di una dissociazione, come dicevo prima, “esplosiva”…
E’ appena il caso di rilevare che la situazione che ho descritto corre parallela ad una trasformazione ben più generale dell’intera società italiana che vede in prima fila, come fattori condizionanti, la televisione e i mezzi di comunicazione di massa, proiettati ad infondere nella mentalità comune il concetto ( molto discutibile ) che ciò che conta è ottenere dei risultati, possibilmente nel più breve tempo possibile.
Come si raggiungano questi risultati e con quale percorso intellettuale e metodologico, non importa a nessuno.
Non sai fare di conto e non capisci il ragionamento che è posto alla base di una formula matematica o di un principio geometrico? Poco male c’è la calcolatrice, il computer…A che serve perdere tempo a ragionare quando si può ottenere il “risultato” subito e senza sforzo?
Questa domanda atroce ma concreta esemplifica il rapporto attuale di una gran parte dei ragazzi con lo studio delle discipline. Non sembri esagerato come esempio perché è pericoloso far finta di non vedere ciò che sta realmente accadendo nelle classi e non serve a niente minimizzare l’allarme che la classe docente più attenta sta lanciando ai responsabili di questo sfascio.
La scuola sta mutuando la “cultura del mercato” perché si è detto che solo così può offrire a ciascuno studente un posto nel mondo del lavoro e di conseguenza si sta trasformando in grande Bazar delle “culture” e dei “saperi” dove si afferma chi offre più “servizi” ad un costo minore, dove l’utente scolaro è chiamato a spendersi di meno sui libri ( riduzione dei “costi” personali…) e ad ottenere il massimo possibile in termini di risultati: giudizi positivi garantiti, estinzione delle bocciature, percorsi didattici personalizzati e possibilmente brevi, ecc.
Portando lo studente, in questo modo, ad ottenere un titolo di studio assolutamente insufficiente dal punto di vista dei contenuti acquisiti ( di tutto un po’, in modo confuso, destrutturato e poco approfondito ) e totalmente inutilizzabile nel mondo del lavoro che invece richiede sempre più altissime specializzazioni e approfondite competenze su solide basi culturali che tuttavia nessuno sembra in grado di garantire più, nemmeno ai livelli universitari più qualificati…Vorrei solo ricordare al lettore l’avvento dei “managers” all’Università ( un esempio dal sito dell’Università di Bologna: Il Mobility Manager ha come obiettivi la definizione e l'attuazione di strategie per l'accessibilità ai "luoghi"di studio e di lavoro dell'Ateneo, promuovendo una diversione modale orientata all'ecosostenibilità - ai sensi del DM del 27 marzo 1998 "Mobilità sostenibile nelle areee urbane" ), una novità che la dice lunga sul ruolo “culturale” che si avvia a perdere definitivamente l’ Istituzione universitaria in favore di un efficientismo aziendalista difficile da digerire, nei modelli comunicativi prima ancora che nel ruolo ad essi assegnato e il fallimento verso il quale procedono le lauree triennali.
In tutto questo nessuno ascolta noi docenti…Si fanno le riforme, si butta via una scuola che tutto sommato poteva reggere un confronto con l’Europa, almeno in alcune sue parti migliori e si mette mano ad un “papocchio” indefinito di cui i docenti stanno cominciando ora a vedere le drammatiche conseguenze ma al quale, non si sa se per fortuna o per disgrazia, non abbiamo messo mano.
Per noi invece hanno agito in molti: ministri, sindacati, rappresentanti politici, industriali, pensatori e “saggi” di ogni categoria, tranne quella degli insegnanti che insegnano e che ogni giorno, entrando in classe, hanno la chiara percezione di ciò che sta accadendo e di che cosa bisognerebbe fare per evitare un disastro annunciato e imminente.
Cosa fare in concreto per uscire da questa situazione?
Partendo dal mio punto di osservazione, ovviamente soggettivo e senza la pretesa di avere in mano la soluzione di tutti i problemi, credo che bisognerebbe:

1) restituire finalmente al nostro ruolo la dignità “scippata”, con un riconoscimento economico innanzitutto e poi professionale in termini di valorizzazione del lavoro svolto e dei risultati ottenuti. Desidero essere valutato da professionisti esperti e anche dai miei allievi se è necessario ma non secondo parametri di efficienza che nulla hanno a che fare con le mie effettive capacità di insegnare la mia materia e di stabilire un rapporto costruttivo con i miei allievi. Le varie figure “strumentali”, “obiettivo”, di “supporto” e chi ne ha più ne metta non hanno alcun valore di sostanza se continuano ad essere gestite come sono e senza nessun controllo reale. L’insegnante da valorizzare non è quello che si dedica ad attività fuori dalla classe, seppure meritorie e necessarie ma è l’insegnante che insegna in classe e che “trasmette” ( P.Mastrocola ) il proprio “sapere”, con entusiasmo e passione e che riesce a stimolare i propri allievi nell’approfondimento della propria disciplina.
2) Restituire un ruolo centrale, reale, alla scuola e alle sue attività nel territorio. Togliendole il ruolo di parcheggio semi-gratuito di ragazzi e finanziandone le attività didattiche con fondi specifici, controllati ma sufficienti a dotare la scuola di attrezzature decenti. Smaltendo un apparato strumentale spesso vecchio e obsoleto e favorendo la flessibilità delle strutture e del personale, anche a livello territoriale, in modo da ridurne i costi.
3) Favorire il rapporto tra scuola ed Istituzioni pubbliche ( Comuni, Enti, Associazioni ) con specifici protocolli di collaborazione, premiando magari i Comuni e gli Enti più solerti nel seguire le proprie scuole con fondi speciali a carico dello Stato e con fondi erogati in funzione di progetti approvati e sostenuti dai Comuni in collaborazione con le scuole. Sarebbe interessante prevedere a questo scopo una rappresentanza ufficiale del Comune nei Consigli di Istituto ( l’assessore all’istruzione ) e una rappresentanza della scuola nelle Commissioni comunali ( il Direttore o il suo vice ).
4) Escludere il ruolo attuale dei genitori all’interno degli Organi di rappresentanza della scuola là dove non espressamente richiesto dalla necessità di trattare argomenti di interesse specifico ( la mensa ad esempio ). Evitare cioè di trasferire nella scuola dinamiche “politiche” che, mutuate dall’esterno attraverso detta rappresentanza, incagliano la burocrazia già macchinosa della scuola e ne fanno un “campo di battaglia” per le cose più banali. E’ del tutto inutile, e spesso dannoso, che genitori senza competenze specifiche si interessino ai bilanci della scuola ( ad esempio ) perché ci sono uffici amministrativi appositi che se ne occupano e perché spesso i rappresentanti dei genitori, essendo estranei all’Amministrazione, non hanno le stesse responsabilità. E come si fa ad agire per il meglio e con equilibrio se le responsabilità oggettive delle forze in campo sono così diverse? Stessa cosa valga per le rappresentanze dei genitori negli Organi Collegiali che dovrebbero essere meglio definite oppure abolite del tutto, essendo del tutto prive di utilità sostanziale ai fini della didattica e della organizzazione scolastica. Andrebbe comunque ridiscussa tutta la materia riguardante questa demagogia della partecipazione dei genitori alla vita della scuola che frequentemente degenera in una ingerenza impropria in questioni che devono necessariamente rimanere di esclusiva pertinenza della scuola e degli insegnanti. Eviterei, per esempio, di dare ai genitori la possibilità di entrare nel merito della didattica o addirittura nella valutazione dell’operato dei docenti ( attività che molti genitori prediligono ) quando loro stessi sembrano inefficaci, se non latitanti sul piano educativo dei propri figli.
5) Rivedere il ruolo dei Dirigenti e del Collegio dei Docenti in modo da restituire al Dirigente ( ma preferirei chiamarlo Direttore ) un ruolo di coordinamento effettivo del lavoro didattico e delle risorse umane e strumentali della sua scuola, un punto di riferimento “professionale” forte, evitando di farne una sorta di “manager” senza portafoglio e senza competenze manageriali, ridotto suo malgrado ad un simbolo di efficienza e occupato costantemente nel soddisfare le richieste della “clientela”. Restituire al Collegio il ruolo propositivo, creativo, progettuale e democratico che aveva in passato, dandogli magari un coordinamento ( un Presidente del Collegio autorevole, eletto tra i docenti e un gruppo ristretto di collaboratori, uno per disciplina ) e una rappresentanza efficace a cui ciascun docente possa rivolgersi per non essere considerato sempre e solo una mano da alzare quando si vota.
6) Rivedere la continuità/commistione tra scuola primaria e secondaria tra cui non c’è e forse non ci può essere sempre identità di vedute e di proposte. In questo senso bisognerebbe analizzare le conseguenze della istituzione degli Istituti Comprensivi nella gestione finanziaria e didattica della scuola ed eventualmente rivederne la configurazione. Una volta c’erano piccole segreterie funzionanti per ogni scuola, oggi c’è una segreteria per 5/6 plessi che sembra un Ministero, piena di impiegati e di incombenze e l’efficienza è certamente peggiorata ( ne siamo tutti testimoni ), dov’è il risparmio?
7) Ripensare completamente al ruolo del sindacato nella scuola ( RSU ) ed eventualmente abolirne completamente la rappresentanza eletta per evidente inutilità di funzione. L’istituzione della RSU ha acceso tensioni e acutizzato conflitti nella scuola più che in qualsiasi altro ambiente di lavoro, ottenendo come unico risultato quello di incastrare spesso le decisioni prese dagli organi collegiali con gli accordi contrattuali e di mettere a confronto gli interessi di alcuni con quelli della scuola, in un pasticcio di competenze e di attribuzioni a cui nessuno ha saputo dare risposte meno che improvvisate, neppure la Magistratura oberata dai ricorsi che ne sono scaturiti. Ci deve pur essere un modo per parlare di fondi e di come distribuirli senza coinvolgere i massimi sistemi politici. I sindacati, tutti, hanno il dovere di trovarlo senza ingaggiare guerre in ambienti dove dovrebbero regnare pace e serenità, senza coinvolgere chi vuole insegnare ed essere pagato correttamente per ciò che fa, in una guerra per il pane o in battaglie “epiche” per i diritti dei lavoratori. Il sindacato deve occuparsi di garantire che i diritti nella scuola, come in qualsiasi altro ambiente di lavoro, vengano rispettati e anche che i doveri vengano osservati ma senza utilizzare la scuola come proscenio sul quale recitare la propria pantomima politica. Basterebbe che ci fosse, in ogni scuola, una rappresentanza in grado di confrontarsi in modo corretto con il Direttore sui singoli casi e che il Direttore fosse messo nella condizione di dover rispondere personalmente di questo rapporto formale con il sindacato e con i docenti. Non serve tutto questo apparato, la contrattazione, le rappresentanze provinciali, il contenzioso ecc. E’ tutto totalmente inutile se non addirittura dannoso per la scuola.
8) recuperare il “voto” ed eliminare i “giudizi sintetici”. Come moltissimi colleghi vorrei poter valutare il rendimento dei miei allievi in modo da rendere chiaro ed inequivocabile il mio giudizio sull’apprendimento della disciplina che insegno, senza finzioni e senza ambiguità. Questo rappresenterebbe un salto di qualità, richiesto anche dai ragazzi e dai genitori, forse l’unica cosa sulla quale saremmo certamente tutti d’accordo. E vorrei che le promozioni e le bocciature risultassero principalmente dalla media matematica dei voti assegnati nelle singole discipline. Lasciando ad altre figure professionali, più competenti, le considerazioni relative agli aspetti familiari, psicologici, affettivi ecc. Che non dovrebbero influenzare il giudizio finale, e quindi la bocciatura o la promozione, più dello stretto necessario.
Sono i ragazzi che ci chiedono maggiore intransigenza, più serietà, più rigore nella valutazione. Credo che i nostri allievi abbiano davvero bisogno di questo.


Avrei forse qualche altra cosa da suggerire ad un mio ipotetico interlocutore politico in grado di fare queste poche ma salutari modifiche alla riforma ma, al momento, mi accontenterei di queste.

Maurizio Zenga - Marzo 2006